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日志


2007/4/30

Bauhaus-In the flat field (1980)

Un pò tutti hanno sentito nominare il movimento dark e spesso associato quello gothic. Il problema è che mentre oggi la maggior parte della gente che va in giro tutta vestita di nero e truccata come un pagliaccio cattivo ascolta musica come Evanescence, Marilyn Manson e Lacuna Coil in realtà i veri mostri sacri sono ben altri.
Sicuramente quasi tutti conosceranno i Cure, almeno qualcosa dei loro singoli più famosi o degli ultimi album. Accanto a loro però c'è il gruppo per eccellenza, i Joy Division, i Bauhaus (eccoli qua i nostri eroi del giorno) e altri mostri sacri come Siouxise and the Banshees, Killing Joke, Christian Death nonchè i sopravvalutati Sisters of Mercy e chissà quanti ne dimentico sul momento.

In the flat field è il primo album dei Bauhaus ed è una figata. Non è un dark malinconico ma rabbioso. E già questa è la grossa differenza rispetto agli altri gruppi del movimento. Qualcuno chiama la loro musica dark-punk, altri post-punk, altri gothic, altri semplicemente new wave. In generale cmq quello che conta è la qualità delle canzoni che in questo disco straborda. Cmq stiamo preparando una rece più assortita con tutti i dettagli quindi chi vorrà saperne di più (anche perchè in effetti non ho detto niente qua) potrà andare a spulciare qui a fianco.

Per adesso premeva solo far sapere che questo disco chi non lo conoscesse deve procurarselo immediatamente. E datelo anche ai vostri amichetti che si mettono quintali di ombretto sotto gli occhi e si sparano i capelli a punta da mohicano. Se si devono fare certe cose almeno le si facciano con cognizione di causa.

Voto: *****
2007/4/29

Sterzata al blog

Ok visto che qua nessuno si caga di striscio la mia produzione letteraria (che paroloni), che di politica è sempre meglio non parlarne che tanto non si va da nessuna parte e che di cinema si può parlare solo di ultime uscite e io per vari motivi mi ritrovo a guardare perlopiù solo film vecchi cercherò di trovare motivazioni per portare avanti questo blog parlando della materia che più mi appassiona e che conosco meglio. Ovviamente non ho intenzioni di mettere recensioni o che, saranno analisi spicciole perlopiù su album freschi di uscita ma magari anche di mostri sacri. Non ci vogliamo limitare nè in eccesso che in pochezza perciò magari capiteranno mini-recensioni da una parola o altre da qualche pagina. Ovviamente ricordo che il sito www.storiadellamusica.it è un ottimo modo per colmare le proprie lacune musicali (e vi assicuro che ce ne sono sempre molte di lacune, anche per il sottoscritto) e poi se siete masochisti potete sempre andare spulciare le recensioni scritte dal sottoscritto che saranno indubbiamente più approfondite degli scarabocchi che troverete qua.

E inauguriamo questa new wave con questo disco:

Patti Smith-Twelve (2007)

Disco sorprendente per il fatto che uno pensa a Patti Smith e ricorda le cavalcate furiose di Horses (1975) e non certo il pattume degli ultimi dischi di cui un imbarazzante Trampin (2004). Ora la vecchia Patti se ne esce fuori con un disco di cover molto famose (si passa dai Jefferson Airplane ai Nirvana a Jimi Hendrix) in cui rivisita alcuni dei suoi brani preferiti o che hanno rappresentato momenti della sua vita, boh non so il criterio con cui li ha scelti, ma non mi sembra importante. Quello che so è che pur avendo scaricato il disco con molta svogliatezza mi sono ritrovato un mezzo capolavoro rimanendo sorpreso davvero un bel pò. Brani completamente trasformati (e spesso irriconoscibili) in chiave soul con una voce emozionante e evocativa. Brava Patti. Una scelta forse non coraggiosa ma sicuramente riuscita più che bene.

Voto: ****

2007/4/3

Parliamo di cinema và

Che qua ho già capito che di leggere raccontini non c'avete voglia. E allora parliamo di L'arte del sogno di Gondry, film francese uscito nel 2006. Premesso che non ho visto gli altri due film del regista (che a detta di molti sono entrambi dei capolavori assoluti) mi sono avvicinato a questo film su consiglio del mio grande maestro cinefilo Garri.
E allora che cos'è L'arte del sogno? Innanzitutto è un film romantico. Romantico e ingenuo, semplice, démodé e soprattutto in una parola: onesto. E guardandolo si torna d'un tratto innocenti, come quando si era bambini e si guardava ogni cosa con meraviglia e si riusciva a divertirsi a giocare con le biglie (noi, ultima generazione a giocare con le biglie). Gondry riprende un tema, quello della fatica di distinguere la realtà dal sogno, già affrontato in passato da tanti maestri come  Fellini (8-1/2) e Bunuel (Il fascino discreto della borghesia) e chissà quanti altri che non conosco. Ma se il primo affondava i suoi pensieri nel passato e il secondo ci metteva quel filo di ironia e satira Gondry ci mette una gioia da fanciullo estasiato. E allora non riesci a non rimanere appassionato dalle vicende di Stéphane, giovane artista con problemi sentimentali, lavorativi e soprattutto di "distorsione della realtà". Sogna a occhi aperti Stéphane e lo fa costruendo città di cartone con gli avanzi di rotoli di carta igienica finiti. Sogna costruendosi la relazione ideale con la sua vicina di cui si è innamorato perchè riconosce in lei un qualcosa che lo accomuna a lui: un'anima poetica.
Non importa come andranno a finire i problemi di Stéphane perchè il messaggio finale (o almeno quello che penso di aver compreso) è l'invito a vivere più spensierati, lasciarsi andare di più verso le nostre fantasie e non aver paura di esorcizzare le proprie paure e i propri sentimenti. Essere più sognatori insomma, e molto meno pragmatici. Perchè in fondo sognare ad occhi aperti non è una cos apoi così brutta. E in certi momenti resta davvero l'ultima ancora di salvataggio e aiuta a capire le cose davvero importanti della vita e la via per arrivarci.
L'arte del sogno è uno di quei film che colpisce dentro e per qualche giorno ti fa vivere le cose in maniera diversa. Mi ricorda un pò l'effetto che mi fece American Beauty (ma anche altri film che guardavo quando non ero ancora uno pseudo-cinefilo) quando lo vidi per la prima volta. La cosa brutta è che poi dopo un pò uno si dimentica di questi promemoria e torna a vivere in maniera anche troppo concreta. E purtroppo per quanto ci si sforzi il sottoscritto è la conferma vivente di ciò e dopo un pò inevitabilmente riaffiora quel pessimismo cronico. Peccato.